Carceri, giustizia e interesse nazionale

La discussione sulla proposta di amnistia e di indulto avanzata solennemente dal presidente della Repubblica nel suo messaggio alle Camere non offre segni di miglioramento. A leggere i giornali parrebbe che il problema del sovraffollamento delle carceri, l’inciviltà del sistema di detenzione italiano, non abbiano alcun rilievo. L’unica domanda cui si deve rispondere è se le eventuali misure di clemenza avranno o meno qualche effetto e di che tipo su Silvio Berlusconi.
22 AGO 20
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La discussione sulla proposta di amnistia e di indulto avanzata solennemente dal presidente della Repubblica nel suo messaggio alle Camere non offre segni di miglioramento. A leggere i giornali parrebbe che il problema del sovraffollamento delle carceri, l’inciviltà del sistema di detenzione italiano, non abbiano alcun rilievo. L’unica domanda cui si deve rispondere è se le eventuali misure di clemenza avranno o meno qualche effetto e di che tipo su Silvio Berlusconi. E’ già strabiliante che a questa inversione logica si prestino esponenti politici interessati a esibire patenti di antiberlusconismo, spesso perché non dispongono di altri argomenti per raccogliere consenso, ma fa impressione che cada in questa trappola anche la titolare del ministero della Giustizia, Annamaria Cancellieri, che proviene dalla carriera amministrativa e prefettizia e non ha connotati politici da esibire. Invece, quando ha esposto le previsioni quantitative sugli effetti dell’eventuale provvedimento, anche lei ha voluto rispondere alla domanda su un singolo individuo, naturalmente Berlusconi. In questo modo si alimenta la campagna sull’amnistia “generale meno uno” che è priva di senso logico e politico e ricade nel novero delle leggi “contra personam” che Enrico Letta aveva esplicitamente escluso da quelle che sarebbero state promosse dal governo che presiede. L’idea che il dispositivo legislativo che decreta riduzioni di pena debba essere costruito non in base a criteri generali e tendenzialmente oggettivi, ma confezionato con la sola preoccupazione di evitare che Berlusconi ne possa trarre un qualche vantaggio è giuridicamente mostruosa. Identificare l’interesse nazionale nella persecuzione giudiziaria di un leader politico è la negazione di tutti i principi basilari di una democrazia liberale, a cominciare da quello dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. L’occasione che, forse tardivamente, Napolitano ha voluto fornire per liberare la politica dalla sindrome manettara dovrebbe essere colta come occasione di responsabilità e pacificazione. Se invece anche questa viene immiserita e tradita da nuove forme di discriminazione, vuol dire che ormai la deformazione della democrazia italiana è irrimediabile.